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Dentro la storia, con ogni mezzo

Tra gli addetti ai lavori, si sussurra « Snowfall » quasi fosse un mantra, un segreto sulla bocca di tutti. Perché, dicono, se ti metti in testa di fare un’agenzia di storytelling non puoi NON SAPERE. Non puoi vivere senza conoscere questo entusiasmante (anche se ormai datato) progetto inaugurato dal New York Times nel 2012. Quell’anno, una domenica di dicembre, spuntò sul sito del famoso quotidiano un servizio-inchiesta coordinato dal giornalista sportivo John Branch. Il lavoro aveva impegnato per sei mesi un team di una quindicina di reporter nel ricostruire le conseguenze di una grande valanga che aveva travolto un gruppo di sciatori sulle Cascades, le montagne nell’ entroterra di Seattle. Nulla di nuovo, direte voi. Eppure Snowfall fu qualcosa di nuovo. Non per la storia in sé, intendiamoci. Quanto piuttosto per come venne sviluppata e diffusa sul web. Perché non si trattava di un raccontino veloce, ma di un vero e proprio documentario emozionale in sei capitoli, ciascuno lungo circa tra le 16mila e le 28mila battute. “Un mattone”, direbbe qualcuno. E proprio per ovviare al mattone, quella squadra di giornalisti fece un passo oltre. Integrò il documentario con fotografie, sequenze di mappe e animazioni tridimensionali, con i video degli stessi sciatori coinvolti, registrazioni di telefonate, interviste, infografiche. Vennero mischiati diversi tipi di giornalismo: dall’inchiesta alla cronaca nera, passando per quello multimediale, storico e sportivo fino al cosiddetto data journalism.

Il tutto impaginato in uno speciale online. E chiunque si fosse imbattuto in quello speciale avrebbe sentito la paura di chi era stato travolto, la concitazione dei soccorsi, le parole dei sopravvissuti. Avrebbe imparato cos’è una valanga, come si comporta e quali sono gli strumenti per difendersi e sperare di uscirne vivi quando ti travolge senza preavviso, oscurando tutto e togliendo il respiro. Ci siamo avventurati tutti in quei boschi, su quei sentieri, abbiamo sentito l’odore della neve e gli aghi freddi penetrarci nella pelle. Eravamo lì. Perché? Perché quella domenica di dicembre del 2012 i giornalisti del New York Times hanno inventato un nuovo modo di raccontare, e di intrattenere il lettore – solitamente restio a rimanere su una pagina web per più di 30 secondi – incollato allo schermo.

Snowfall è figo ed è diventato storia (tanto che il termine oggi viene usato nelle redazioni proprio per definire qualunque tipo di “long form” multimediale) perché in quest’eterna agonia dell’editoria e la forte competizione tra digitale e tradizionale, ci ha mostrato che la complementarietà dei mezzi è possibile. Così oggi noi possiamo seguirne le orme e, anzi, tracciare nuove vie di narrazione, sul solco di questa straordinaria commistione di mezzi e stili. Un modus operandi che ha il pregio di poter raggiungere migliaia di lettori, affascinandoli e facendoli sentire parte di qualcosa di vero, emozionante, avventuroso. Vivo. Alla portata di tutti. Anche noi di Ways! siamo convinti che sia solo dando un ritmo nuovo, accattivante, alle storie che si potrà dare nuovo impulso al reportage così come lo conosciamo. Rendendolo accessibile a chiunque, ovunque, in qualunque momento e con qualunque mezzo. Senza mai abdicare alla verità del contenuto, che è la vera forza del nostro lavoro. Quella che ogni giorno ci ispira, nelle piccole e grandi storie che ci troviamo a raccontare.